Estratto - La via d'uscita

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Estratto

 
La via d’uscita è un’opera contro corrente che traccia una strada nuova per l'uscita dalla morsa del debito pubblico, generando un aumento effettivo della domanda e dei benefici di lungo periodo, diminuendo la tassazione senza tagliare la spesa sociale.
 
Lo sforzo dell'autore induce il lettore a dipanare le complessità di un'economia sempre più enigmatica, sfatando dei luoghi comuni che si danno troppo spesso per scontati.
 
Come si sa l’Italia ha accumulato un debito pubblico che ha sforato i 2.200 miliardi. Nello stesso tempo, gli interessi sul debito pubblico aumentano all’aumentare dello stesso debito, così inevitabilmente cresce la tassazione. L’aumento del debito si può evitare solo se viene tagliata la spesa sociale, o se si verifica una crescita a doppia cifra, cosa peraltro molto improbabile, almeno per economie mature come quella italiana. In particolare il problema del debito e dei relativi costi legati agli interessi ha effetti che vanno oltre lo specifico economico e che coinvolgono alla base le ragioni e il funzionamento del nostro modello di sviluppo, per cui dalla lettura integrale del testo si possono comprendere le criticità nei meccanismi del modello di calcolo attuale delle commissioni e degli interessi, anomalie che  spiegherebbero il mistero di come, nonostante gli altalenanti andamenti dell’economia, il debito non sia per nulla altalenante, tendendo sempre ad aumentare persino quando i tassi sono negativi.
 
Il 12 marzo del 2017 l’Avvenire, con un articolo di Marco Girardo, pubblicava un breve estratto della teoria; successivamente la  Corte dei Conti ha messo in luce la relazione tra il costo del debito pubblico italiano e l’utilizzo  di strumenti finanziari,  artatamente complessi.
 
Il primo ostacolo alla soluzione sulla problematica del debito è che essa non viene percepita dai più come un vero problema. Due le motivazioni principali: la prima deriva dalla complessità delle dinamiche finanziarie e degli strumenti a esse correlate; la seconda, invece, perché si crede che le dinamiche del debito non ci riguardino direttamente e quindi, viste le complessità, è più semplice delegarle a terzi senza soffermarsi troppo a riflettere sull’annoso problema.
 
 
La via d’uscita evidenzia come le dinamiche correlate al debito pubblico incidono sul nostro vivere quotidiano, dal costo del caffè al pranzo, al pieno di carburante, con una conseguente maggiorazione generale del costo della vita. Tale incidenza non riguarda solo la tassazione ma anche fattori consequenziali ad esso correlati, quali la perdita di competitività, il rischio Paese, agli indici di produttività come della disoccupazione o sperequazione sociale e diseconomie nel loro insieme. Pensiamo solo che il bilancio dello Stato italiano epurato dalle dinamiche del debito è di 521 miliardi di euro (dato del 2017) ed è in attivo, con un avanzo primario di 61 miliardi. Solo dopo le voci in bilancio sul debito, lo stesso cresce esponenzialmente con un fabbisogno di 866 miliardi con un’esigenza di cassa per 350 miliardi.
 
Questi tre numeri ci fanno comprendere le dimensioni del problema e perché il debito pubblico ci riguarda tutti; per cui, una possibile soluzione al problema dovrebbe essere un imperativo comune.
 
In passato diversi autori hanno affrontato la questione del debito pubblico italiano, proponendo diverse strategie per il suo abbattimento. È bene ricordare che l’unica manovra effettiva sulla riduzione del costo del debito nella storia del Paese è stata operata nel 1906 dal terzo Governo Giolitti, che a causa di un evento straordinario come il terremoto di Messina, e del conseguente eccesso di spesa imprevista per l’Italia, adoperò la conversione della rendita, dei titoli di Stato a tassi fissi in scadenza con altri a tassi inferiori. Così facendo ottenne un risparmio di 20 milioni di lire per i primi cinque anni e di 40 milioni per quelli successivi.
 
È dunque facile dedurre perché nessun governo o istituzione voglia intervenire su un argomento così delicato come il debito pubblico: qualunque azione in tal senso, se non opportunamente ponderata, creerebbe sicuramente un panico finanziario fuori controllo sui mercati, con fuga degli investitori e crolli repentini dei titoli; ecco perché, da quel lontano 1906, non sono registrabili reali manovre, ma solo teorie e ipotesi che non concretizzate.
 
A volte la soluzione di un problema è sotto i nostri occhi e per scoprirla basta guardare con un'altra prospettiva. Se debito, rendita finanziaria e tassazione possono essere considerate le peculiarità negative dell’economia contemporanea, cambiando la prospettiva da cui le si osserva, le stesse possono trasformarsi in peculiarità positive.
 
Paradossalmente sono proprio le tre criticità (debito, rendita finanziaria, tassazione), se saggiamente relazionate tra loro, a prospettare la “via di uscita”: le criticità dunque potrebbero trasformarsi in opportunità. Il modello attuale si fonda su un’equazione in campo positivo: più tassazione su più rendita, ossia più alta sarà la rendita che lo Stato riconosce ai suoi creditori, maggiore sarà la tassazione che lo Stato dovrà chiedere ai suoi cittadini per remunerare i creditori.
 
La proposta è invece quella di spostarsi in un campo negativo, cioè meno tassazione su meno rendita. Se ipotizzassimo allora di arrestare il processo di rendita, generato dal pagamento degli interessi sul debito pubblico, si potrebbe ridurre, per analogo importo, il gettito fiscale, convertendo la rendita in sconto fiscale. Ciò ridurrebbe il debito, che non lieviterebbe più e gli Stati potrebbero ridurlo per un determinato periodo di tempo.
 
Inoltre il costo degli interessi non inciderebbe più sui contribuenti indistintamente, riducendo il fabbisogno finanziario e di conseguenza la pressione fiscale a beneficio di chi produce e genera reddito. Così facendo si ridurrebbe il rischio Paese e si incentiverebbe l’attrazione di investimenti stranieri. Il debito porterebbe persino un beneficio. Attualmente il debito pubblico italiano è in mano a diversi soggetti: le banche, le grandi aziende, investitori stranieri, pensionati e risparmiatori vari. Se gli interessi del debito fossero convertiti in titoli di sconto, questi ultimi potrebbero dare vita a un mercato. La domanda di titoli di sconto quindi verrebbe dalle imprese e da chi produce reddito, bisognosi entrambi di alleggerire il più possibile la pressione fiscale, mentre l’offerta verrebbe da piccoli risparmiatori, specialmente in fascia di esenzione fiscale, che non avrebbero da tali certificati particolari benefici se non quello di salvaguardare il proprio patrimonio. Per attivare questo meccanismo virtuoso lo Stato dovrebbe convertire gli attuali titoli di Stato in titoli di sconto pluriennali, possibilmente pari all’ammontare dell’intero importo del debito pubblico. Questa conversione, senza commissioni e senza interessi, sarebbe per lo Stato e per i cittadini a costo zero, infatti le eventuali commissioni sarebbero regolamentate nel rapporto tra privati così come avviene oggi nel mercato secondario.
 
La via di uscita è così sintetizzabile: meno rendita su meno tassazione, riassunti attraverso questo modello:
 
-I -> -D – T -> +IN -> +S + L + B
 
I= Interessi; D= debito pubblico; T= tasse; IN= investimenti; S=Sviluppo; L=Lavoro; B=Bilanciamento sociale
 
Con l’applicazione del nuovo sistema di gestione del debito pubblico attraverso i titoli di sconto, le banche e gli operatori finanziari potranno continuare a operare guadagnando in maniera più costruttiva per l’intero sistema. Su questo fronte, la differenza tra titoli di sconto rispetto al sistema attuale è che con i titoli di sconto si azzererebbero gli effetti delle speculazioni sullo Stato e che le commissioni per le banche e gli operatori finanziari non saranno più corrisposte dal pubblico ma solo dalle imprese che beneficeranno dei titoli di sconto attraverso l’aumento della marginalità aziendale. Così facendo, le banche per guadagnare non potranno più speculare indistintamente ma dovranno selezionare le imprese migliori, con una prospettiva certa, al fine di poter condividere il successo economico, perché maggiore sarà il beneficio per l’impresa maggiore sarà il guadagno per la banca o per l’operatore finanziario che ha collocato presso quell’impresa i titoli di sconto. Con questo strumento le banche, grazie allo loro capacità di misurare il polso sulla salute delle imprese, potrebbero diventare un termometro economico dinamico ed efficace dell’economia. Le stesse banche potranno valorizzare il loro know how grazie alla capacità di saper utilizzare indici, rapporti, numeri e coefficienti, oltre naturalmente alla loro esperienza, dando un servizio effettivo alle aziende e vincolando il loro successo alle imprese stesse, costruendo con loro una relazione più salda, vista più come un’alleanza che come una contrapposizione, recuperando il ruolo perduto di ripartitori di ricchezza e di garanti dell’efficienza del sistema produttivo e consentendo a Stato, imprese e cittadini di uscire dall’assillo continuo nella ricerca della crescita a tutti i costi. È bene ricordare che, per ottenere una sana economia funzionale ai bisogni di cittadini e imprese, indici, numeri e algoritmi debbono essere strumenti utili a misurare le azioni a beneficio di chi li usa e non viceversa. Il debito italiano genera, tra interessi e commissioni, un costo medio di circa 84.157 milioni di euro/anno (dato a consuntivo del 2016), che corrisponde a circa il 15% dell’intero gettito fiscale che si aggira intorno ai 567 miliardi. L’adozione dei titoli di sconto consentirebbe di ridurre la pressione fiscale di oltre il 15% per analoghi 85 miliardi annui. Con l’adozione dei titoli di sconto si stima un beneficio per lo Stato di interessi su interessi tra i 4 e gli 8 miliardi annui che non si andrebbero ad accumulare sul debito dell’anno successivo, come succede attualmente. La conversione dei titoli di Stato in titoli di sconto comporterebbe degli effetti “secondari” di non poca importanza. I titoli di sconto ridurrebbero la pressione fiscale e ciò permetterebbe un cospicuo aumento del gettito. Secondo il principio della Curva di Laffer, ma soprattutto secondo i monitoraggi del fondo monetario internazionale, ci si può rendere conto che gettito e pressione fiscale sono correlati in modo tale che riducendosi la pressione fiscale aumenta il gettito.
 
In termini macro economici l’adozione dei titoli di sconto potrebbe comportare un miglioramento degli indici di produttività, in quanto alleggerendosi il costo della pressione fiscale aumenterebbe la redditività con miglioramenti sia della produttività del capitale che della produttività del lavoro. Attuando gli effetti della compensazione tra interessi e sconto fiscale in ambito europeo, si potrebbe incidere sulle politiche della stessa Unione Europea, in quanto gli Stati che hanno più debito avranno più sconto, quelli che hanno meno debito avranno meno sconto, con un effetto consequenziale di livellamento delle aliquote.
 
Questa ipotesi potrebbe essere la strada verso una politica fiscale unitaria per tutti i Paesi dell’Unione, di fatto si azzererebbero gli spread e si aprirebbe la strada maestra attraverso gli “euroscont”, titoli di sconto fiscale europei. Oggi l’Europa non riesce a mettere a punto una politica fiscale comune e ciò continua ad alimentare la diversità tra le economie dei singoli Stati, per cui questa situazione mina alla base i fondamentali della stessa Unione. I titoli di sconto, applicati non solo in Italia ma nei singoli Paesi, potrebbero essere questi strumenti.
 
Questa via d’uscita non ha la pretesa di spiegare le cause e gli effetti delle scelte politico-economiche degli ultimi dieci e più anni, né tantomeno essere un manuale di economia. Studiosi e ricercatori del settore hanno già analizzato, spiegato e illustrato cosa sia successo all’economia dal dopoguerra a oggi.
 
Questo scritto cerca di prospettare una nuova strada, un possibile intervento attraverso un modello semplice e comprensibile a tutti.
 
La situazione di crisi in cui versa ormai da anni il Paese sembra quasi non offrire soluzioni per uscire dall’impasse in cui si trova, ed è proprio su questo “quasi” che si è andata focalizzando l’attenzione dell’autore.
Le soluzioni in realtà esistono, basta avere la volontà di attuarle. Lo si deve ai giovani, per ristabilire, attraverso il risanamento economico di lungo termine, quel patto con le generazioni future di cui si parla da tempo. Lo si deve anche al presente, per rinsaldare quel rapporto di fiducia tra Stato e cittadini offuscato.
 
Questo cambio di paradigma, a oggi inevitabile, avrebbe effetti radicali non solo sul debito pubblico, ma sull’economia in generale, consentendo di liberare risorse a beneficio di cittadini e imprese, e allo stesso tempo mantenendo lontano lo Stato da rischiose tempeste finanziarie. Per mare, quando non si può lottare contro la tempesta, si offrono due possibilità: la cappa in balia del mare e del vento, che porta la barca alla deriva, oppure la fuga il più velocemente possibile, con il mare e il vento in poppa, solo la fuga da un sistema non più efficiente e sempre meno sostenibile, ci può salvare.
 
E’ necessario dunque fare una distinzione tra economia e diseconomia, separando economia reale e parametri finanziari che nessun Paese può più permettersi, disinnescando un cortocircuito socio-politico-economico molto pericoloso,
 
Le proposte per un cambiamento sono rappresentate come le colonne portanti di un tempio dove al suo interno sono custoditi i valori e i principi che supportano una nuova impalcatura economica.
 
Il primo pilastro è rappresentato dall’annullamento della rendita, che rappresenta un costo improduttivo per l’intera società a discapito di tanti e a beneficio di pochi, al fine di poter uscire al più presto dalla schiavitù dell’indebitamento perenne.
 
Il secondo pilastro è la valorizzazione del potenziale umano con un modello di redistribuzione di risorse attraverso il microcapitalismo di Stato, inteso anche come capacità di spesa concessa direttamente a chi determina la domanda, riducendo così lo scollamento sociale e l’emarginazione.
 
Il terzo pilastro invece si fonda su un modello di sviluppo orizzontale che tiene conto di ciclicità naturali e non alterate dalle distorsioni della società dei consumi effimeri, recuperando e valorizzando competenze, capacità, conoscenze e soprattutto il valore del tempo, consentendo l’accessibilità a risorse e beni disponibili in più larga scala con minori barriere in entrata in una logica più meritocratica e meno familiarista.
 
Questi tre pilastri, assieme alla rifondazione di giusti valori, possono formare le basi di un nuovo sistema di sviluppo più equo e sostenibile; in una parola: vincente. Basi su cui si deve fondare un’economia ciclica più sana e rispettosa e non più schizofrenica. Così come avviene in natura, se butto qualcosa in mare prima o poi la ritrovo sulla riva.  
 
 
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